PLAY – IL GIOCO IN PSICOTERAPIA

Il Play (il gioco ) è una delle emozioni di base (insieme a seeking, fear, rage, lust, care e panic) correlato allo stato psicologico di gioia. Nella pratica psicoterapeutica può facilitare una maggiore regolazione affettiva.

Come primati abbiamo due caratteristiche: siamo una specie sociale e amiamo stare in gruppo perchè ciò aumenta la nostra sopravvivenza come individui, e il beneficio che ne deriva è più grande del costo di dover gestire le relazioni sociali. Il gioco è correlato con l’apprendimento e noi apprendiamo per tutto il corso della vita. I biologi hanno notato che le specie che devono imparare come diventare adulti sono anche specie che giocano, e le teorie del perchè esiste il gioco spesso citano l’abilià di giocare per favorire l’apprendimento. Il gioco sociale in attività fisiche con gli altri è alla base dell’apprendimento delle regole sociali e permette di entrare all’interno delle strutture sociali in maniera amichevole. Il gioco ci dà l’opportunità di apprendere delle abilità sociali senza paura di incorrere in eventuali ripercussioni che potrebbero verificarsi durante l’apprendimento di esse nel mondo reale.  Sia negli uomini che negli animali, il gioco sociale coinvolge dei “segnali di gioco” non verbali: posture e gesti che si trasmettono nel gioco ed aiutano ad iniziarlo e a farlo andare avanti. La fiducia si costruisce attraverso la lettura e la trasmissione delle intenzioni come l’intenzione a giocare e non aggredire. I segnali del gioco coinvolgono occhi, contatto, postura, espressioni facciali, prosodia vocale, controllo corporeo e stimolazione verbale. Il sistema del gioco è caratterizzato dal ridere e coinvolge una varietà di patterns di movimento come inclinare la testa, assumere una postura più aperta e rilassata, agire movimenti non stereotipati che cambiano rapidamente. Affina la nostra abilità di riconoscere i segnali sociali verbali e non verbali, e può essere un importante strumento per affinare ed estendere le nostre abilità di linguaggio non verbale (Caldwell, 2003). Secondo Panksepp (2009) ci sono buone ragioni di credere che una delle maggiori funzioni del gioco sia favorire la costruzione del cervello sociale. La neocorteccia, l’area del cervello dove risiede l’intelligenza sociale, è più grande nelle specie che attuano giochi sociali.  Il gioco sembra avere effetti rilevanti sulla corteccia, programmandola per essere più sociali nella misura in cui si sfruttano bene le energie. Il nucleo del play system è fra le zone mediali dell’ipotalamo e attiva il sistema dopaminergico che sembra importante per la gioia del ridere. Ci sono molte terapie fondate sul gioco ma la maggior parte di loro strutturano attività di divertimento che non somigliano al vigore fisico, alla spontaneità e creatività del gioco fisico reale. Egli ritiene che il gioco possa essere la forza emotiva meno utilizzata in psicoterapia ma potrebbe avere dei benefici. Egli sottolinea che i pazienti faranno spesso esperienza di leggerezza quando vengono educati a gestire le loro emozioni primare e a riconoscere come possono diventarne padroni piuttosto che esserne sopraffatti. Una migliore comprensione delle nostre energie emotive antiche può permettere agli individui di gestire meglio le sensazioni sgradevoli del cervello e sviluppare delle abitudini cognitive che aiutano ad attivare dei sentimenti positivi. Sebbene il gioco sia utilizzato in prevalenza nelle terapie con i bambini, anche per gli adulti è una forza (meno utilizzata) con cui reindirizzare delle vite mature verso tracce di affettività positiva. L’attività fisica può essere un antidepressivo come qualsiasi altra medicina che smorza l’emotività. Esso porta in sè elementi di rimescolamento e di organizzazione: in altre parole fare attività anche sportive che prevedono azioni da condurre con precisione e temporalità aiuta ad essere più organizzati. Inoltre stravolge il modo in cui pensiamo alle cose e in cui le facciamo. Certi tipi di gioco randomizzano (rimescolano) le nostre esperienze e possono allenarci a gestire l’inaspettato, un’importante capacità adulta (Caldwell, 2003). Il gioco ha la valenza protettiva di respingere lo stress, è un supporto durante le transizioni dei periodi di vita, è un mezzo per formare legami ed alleanze e sviluppa creatività e problem solving; ci aiuta a darci piacere da soli (Fogel, 2004). Il gioco negli adulti facilita il sentirci nel nostro corpo nel momento presente. Generiamo ed ascoltiamo le sensazioni e ci muoviamo in modo da nutrire e mettere alla prova polmoni, muscoli ed ossa, producendo endorfina e dopamina, i neurotrasmettitori del piacere. Quando un gruppo gioca insieme in un’atmosfera di appartenenza ne conseguono rilassamento corporeo e soddisfazione, le doti naturali del gioco: torniamo insieme ad uno stato di interezza (Caldwell, 2003). Panksepp (2009) ritiene che ogni terapeuta che riesce a cogliere nel momento terapeutico una mutua condivisione di episodi di gioco porterà il cliente verso una via d’uscita attraverso la gioia di vivere. Nel momento in cui il cliente riesce a starci dentro con il corpo e con la mente, il terapeuta avrà offerto uno dei più grandi regali emotivi che la psicoterapia può dare sia per gli adulti che per i bambini.
 
  • Caldwell, C. (2003). Adoult group Play Therapy: Passion and Purpose. In Schaefer, C., Wiley, J. (2003). Play Therapy with Adults. New Jersey: Hoboken.
  • Panksepp, J. (2009). Brain Emotional System and Qualities of Mental Life: From Animal Models of Affect to Implications for Psychotherapeutics. In Fosha, D., Siegel, D.J., Solomon, M.F. (2009). The Healing Power of Emotion: Affective Neuroscience, Development & Clinical Practice. New York: Norton.
 

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